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Il solare termico nei comuni italiani in continua ascesa

agosto 3, 2016

energie rinnovabili

Sono oltre 850 mila gli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili in Italia con una capacità produttiva totale pari a 57,1 TWh. I mq di pannelli solari termici sono 3,9 milioni!

E sono ben 39 i comuni “100% rinnovabili”, nei quali i consumi dei cittadini sono coperti da energia pulita che permette anche di tagliare le bollette. Questa fotografia emerge dal rapporto Comuni Rinnovabili 2016 di Legambiente. Tra le fonti di energia pulite prodotte nel belpaese non può mancare il solare termico che continua la sua “colonizzazione” di tetti di case e palazzi.

Il Rapporto Comuni Rinnovabili viene costruito elaborando informazioni e dati ottenuti attraverso un questionario inviato ai Comuni, incrociando le risposte con i dati del GSE, con numeri e rapporti che provengono da TERNA, Enea, Itabia, Fiper ANEV e con le informazioni provenienti da Regioni, Province e aziende. I Comuni del solare (termico e fotovoltaico) sono 8.047 (confermando il numero dell’anno scorso). I comuni con almeno un impianto solare termico sono ben 6.882, in crescita rispetto ai dati dell’anno scorso (si legga qui l’approfondimento Italtherm 2015) che registrava 6.803 comuni, di questi 4.530 sono “Piccoli e Piccolissimi Comuni” con meno di 5mila abitanti.

Di fronte alla stasi del numero dei comuni che in generale hanno almeno un impianto solare, quindi, si registra il continuo trend positivo del solare termico.

Secondo i dati di Estif (European Solar Thermal Industry Federation) nel nostro Paese sono installati complessivamente oltre 3,9 milioni di mq di pannelli solari termici, pari ad una media di circa 0,07 mq per abitante, con enormi margini di crescita se si pensa che l’Austria, che ha sicuramente un clima diverso dal nostreo registra 0,5 mq per abitante. Lo sviluppo di questa tecnologia, costante negli anni, – si legge nel rapporto –  si deve sicuramente ai costi sempre più bassi ma anche e soprattutto al ruolo importante della Detrazione Fiscale del 55%, che ha permesso a migliaia di famiglie italiane di poter installare un pannello solare termico e risparmiare energia ed euro in bolletta. Basti pensare che 10 anni fa erano 108 i Comuni che dichiaravano sul questionario di Comuni Rinnovabili di possedere impianti solari termici.

comuni rinnovabili 2016I comuni più virtuosi

Andando a scovare i più virtuosi, sono 75 i Comuni italiani che hanno già superato il parametro utilizzato dall’Unione Europea, 264 mq/1.000 abitanti, per spingere e monitorare i progressi nella diffusione di questa tecnologia.

La classifica dei comuni più attenti al solare termico  anche quest’anno vede vincere il  piccolo Comune di Seneghe, in Provincia di Oristano, in testa alla classifica per la copertura dei fabbisogni termici delle famiglie residenti, con una diffusione di pannelli solari termici in relazione al numero di abitanti pari a 1.955 mq ogni 1.000
abitanti, distribuiti su edifici pubblici e privati. Segue (anche per quest’anno) il Comune di Fluminimaggiore (CI) con una media di 1.316 mq/1.000 abitanti e il Comune di Terento (BZ) con una media di 1.046,5 mq/1.000 abitanti (new entry sul podio). La classifica
è stilata premiando il contributo rispetto ai consumi delle famiglie residenti, perché gli impianti solari termici possono soddisfare larga parte dei fabbisogni delle famiglie per l’acqua calda sanitaria e il riscaldamento degli edifici.

In termini di diffusione assoluta del solare termico, sono i Grandi Comuni ad occupare le prime posizioni. A partire dal Comune di Perugia con oltre 9.000 mq di pannelli installati nel territorio, seguito dal Comune di Bolzano con 5.445 mq e dal Comune di Fano (PU) con 5.097 mq.
Il solare termico nell’edilizia pubblica

Interessanti anche i dati legati all’edilizia pubblica. Sono 569 i Comuni che utilizzano pannelli solari per le esigenze termiche delle proprie strutture (scuole, uffici, palestre, ecc.) per complessivi 46.994 mq. E’ il Comune di Milano, con 1.565 mq installati su scuole, coperture dei depositi dei mezzi pubblici e punti ristoro ad avere la maggior diffusione. Seguito dal Comune di Roma con 1.485 mq e dal Comune di Catania con 1.410 mq.

La cartina dell’Italia mostra un predominio delle installazioni al Centro Nord malgrado il grande potenziale del Sud Italia dove questi impianti potrebbero “soddisfare interamente tutti i fabbisogni domestici se correttamente progettati e integrati negli edifici”.Il report rimarca poi come “nonostante la continua crescita e i segnali positivi che riguardano lo sviluppo di questa tecnologia, la diffusione del solare termico deve assolutamente accelerare non solo perché è una tecnologia affidabile e “alla portata di tutti” dal punto di vista economico, ma anche perché le potenzialità di integrazione
sono enormi rispetto ai fabbisogni in edilizia”, data l’esposizione solare del Belpaese, specie se confrontato con i numeri di altri Paesi “più freddi” ma più avanti in termini di installazioni di pannelli solari termici (basti pensare alla Germania).  

“Da non sottovalutare inoltre sono i vantaggi in termini di posti di lavoro che già oggi vede nel nostro Paese 3.500 occupati”.

Come incentivare tale forma di energia pulita che permette al contempo di abbattere le bollette energetiche?

Secondo Legambiente è fondamentale che l’Italia investa sulla riqualificazione energetica, per puntare a dimezzare le bollette delle famiglie e creare lavoro in un settore in crisi e ad alto tasso di occupazione. Nella ricetta per la decarbonizzazione dell’economia l’associazione ambientalista ritiene fondamentali la stabilizzazione dell’ecobonus,
L’introduzione di obblighi  per le tecnologie già competitive, come avvenuto per le caldaie e come sta avvenendo per il solare termico nei nuovi interventi edilizi e nelle ristrutturazioni. Altro caposaldo è la semplificazione degli interventi di piccola taglia.
“La realizzazione di un impianto domestico di solare termico e fotovoltaico sui tetti, o di minieolico e geotermia a bassa entalpia, deve realmente diventare un atto semplice, grazie a informazioni e regole trasparenti, e per questo libero e gratuito” si legge nel dossier.

Se siete interessati a conoscere i vantaggi del solare termico potete contattare le agenzie
di Italtherm
che sapranno indirizzarvi sul solare termico adatto alle vostre esigenze e fornirvi informazioni sugli incentivi in corso in Italia.

Etichette energetiche per i sistemi di riscaldamento: cosa cambia per il consumatore?

giugno 20, 2016
Easy Solar System - pannello solare

Con la direttiva ELD – Energy Labelling Directive, è stata introdotta l’etichettatura energetica obbligatoria per apparecchi e sistemi di riscaldamento con potenza termica nominale fino a 70 kW e i bollitori fino a 500 Litri. L’etichetta energetica servirà al consumatore per conoscere meglio le caratteristiche dell’apparecchio o del sistema di riscaldamento e per essere più consapevole del proprio acquisto in termini di risparmio energetico. Ecco alcuni chiarimenti forniti dall’ing. Giovanni Fontana, responsabile della consulenza tecnica di Italtherm.

Quali sono le novità introdotte dalla Energy Labelling Directive?

Per il nostro mondo sicuramente è cambiato il fatto che adesso risultano evidenti, al pari di altri elettrodomestici, le informazioni in merito alla classe energetica del prodotto, in una scala di efficienza compresa tra A+++ e G, e su altre notazioni aggiuntive come la potenza e le emissioni sonore.

Abbiamo un’etichetta energetica molto simile a quello che già si vede su lavatrici, frigoriferi, lampadine. Per cui è chiaro ed evidente quanto è efficiente l’apparecchio che stiamo acquistando.

L’altro effetto per noi che realizziamo gli apparecchi per il riscaldamento e la produzione di ACS (acqua calda sanitaria) è che viene imposto un limite minimo di efficienza (direttiva ErP). Come conseguenza di questo limite, d’ora in poi la gran parte delle caldaie che sono costruite per il mercato europeo sono caldaie a condensazione: un tipo di apparecchio particolarmente performante.

Qual è la classe minima stabilita dalla direttiva ErP per le caldaie?

Il minimo per le nuove caldaie è una soglia che si pone nella metà superiore della classe B (con un’efficienza maggiore dell’86%, in una classe B che va dall’82 al 90%, ndr), con una piccola deroga in classe C per un solo tipo di caldaia, a tiraggio naturale e solo per alcuni utilizzi. L’etichetta prende in considerazione anche classi ben più basse, fino alla G, perché questa è una scala unica unica per tutti i tipi di apparecchi energivori.

Chi si sta apprestando ad acquistare una caldaia, si chiede come mai ci sono ancora le caldaie non a condensazione in vendita…

Il vincolo entrato in vigore il 26 settembre 2015 riguarda l’immissione sul mercato: è il momento in cui il fabbricante consegna l’apparecchio al rivenditore. E’ quindi un obbligo per chi produce caldaie. L’apparecchio già presente sul mercato ha diritto di rimanerci fino al suo esaurimento. In questa prima fase alcuni rivenditori di materiale termosanitario hanno già in stock di magazzino apparecchiature acquistate prima del 26 settembre 2015: in questo caso hanno il diritto di vendere ciò che avevano acquistato prima di questa data. Successivamente invece acquisteranno dal fabbricante solo quello che è possibile immettere sul mercato, per cui caldaie che si collocano da metà classe B e in classe A, tranne alcune eccezioni in classe C come già illustrato.

Per quanto riguarda le caldaie Italtherm, quale vorrebbe consigliare come acquisto?

In linea generale, acquistare una caldaia in classe A dà una performance energetica migliore, ricordo però che se il risparmio tangibile per il singolo acquirente dipenderà anche dalle condizioni in cui il sistema apparecchio – impianto si trova a funzionare. Ad esempio caldaie in classe A su impianti di nuova costruzione a bassa temperatura sono sicuramente molto performanti. Su impianti esistenti il risparmio va a affievolirsi, per cui l’investimento può sembrare impegnativo. E’ un po’ quanto succede tra macchina ibrida o macchina a benzina: un’auto ibrida costa di più, ma consuma meno, il risparmio annuale assoluto dipende dal numero di chilometri percorsi; per le caldaie, invece, dipende, oltre che dalle ore di funzionamento, anche dalle temperature di funzionamento dell’impianto.

Quali sono le condizioni ideali per ridurre i consumi casalinghi di riscaldamento?

Per quanto riguarda le caldaie a condensazione, si dovrebbe cercare di avere una temperatura dell’acqua che circola nell’impianto il più bassa possibile, compatibilmente con la necessità di scaldare la casa. Magari con tempi di riscaldamento più lunghi. Una caldaia a condensazione accesa più a lungo, ma con temperatura dell’acqua circolante più bassa, infatti, si trova a funzionare in condizione di efficienza migliore. A volte, però, questo non è possibile: ad esempio nel caso di radiatori in cui la temperatura dell’acqua che circola non può scendere al di sotto di certi valori, altrimenti l’ambiente non si scalda. In questo caso il vantaggio di una caldaia a condensazione in classe A si riduce.

Per quanto riguarda la differenza tra le classi, come scegliere un nuovo apparecchio? Quanto è il risparmio tra una classe A, B o C?

La funzione delle classi e dell’etichettatura non è di fornire un valore assoluto di risparmio, ma di dare un’indicazione del livello di efficienza dell’apparecchio. Comprando una caldaia di classe A si ha sempre un risparmio rispetto ad una di classe B. Definire a quanto ammonta in termini assoluti questo risparmio è più complicato, perché dipende dalle condizioni in cui si trova a funzionare la caldaia.

Innanzitutto, dipende dove l’apparecchio si colloca, in termini di efficienza, non solo nella classe di appartenenza, ma anche come valore. Faccio un esempio: ogni classe ha un livello di soglia, per cui ho ad esempio un livello di soglia minima del 90% per accedere alla classe A. Poniamo di avere due caldaie, una con efficienza 89,4%, l’altra 89,6%: la prima si collocherà in classe B (89,4 approssimato all’unità, come chiede il regolamento è 89), la seconda in classe A (89,6 approssimato all’unità è 90). Qual è il risparmio reale per me tra scegliere l’una o l’altra? In questo caso ovviamente abbastanza ridotto, perché, pur se poste in 2 classi diverse, la differenza reale è solo dello 0,2% che, tradotto in qualcosa di concreto, è difficile da osservare. Viceversa due caldaie, una con rendimento 89,6% e l’altra con rendimento 97,4%, saranno entrambe in classe A, ma con un risparmio di quasi l’8% in più a favore della seconda. Inoltre anche le condizioni climatiche di funzionamento sono diverse influiscono sul risparmio assoluto: a Palermo si avrà un risparmio assoluto differente da Vipiteno (mentre quello relativo rimarrà identico).

Probabilmente, però, la questione principale è un’altra: il mio risparmio principale deriva dalla scelta di sostituire una caldaia di una certa età, non dotata di etichetta e di cui non si conosce la reale efficienza paragonata a quanto si può trovare ora sul mercato. Questa è la vera scelta da compiere, sostituire un apparecchio che consuma ed inquina con uno più performante. In conclusione, l’etichetta mi servirà perché quando acquisterò un apparecchio nuovo cercherò quello in classe più elevata, perché so che quella scelta mi farà risparmiare il massimo possibile. Quanti euro saranno questo massimo dipenderà dal mio impianto e da come lo utilizzo, per certo il passo più importante è fatto, cioè sostituire un apparecchio energivoro.

(Intervista a cura di Veronica Caciagli)

Dimensionare l’impianto solare termico: ecco come

maggio 17, 2016
Irradiazione solare italia

Quando si sceglie un impianto solare termico, due sono le domande principali a cui dobbiamo dare una risposta: innanzitutto, se preferire un impianto a circolazione naturale o forzata. In secondo luogo la dimensione: ecco come scegliere.

A circolazione naturale o forzata?

Nella circolazione naturale il serbatoio deve essere disposto a un’altezza maggiore del pannello e per far circolare il fluido si utilizza la cosiddetta convezione: il fluido termovettore, riscaldandosi nel pannello, si dilata e “galleggia” rispetto a quello più freddo, spostandosi verso il serbatoio e cedendo quindi il calore. Esteticamente, è più impattante, ma ha il pregio di non dover essere collegato a un impianto elettrico. Inoltre, il funzionamento è possibile solo con una pendenza minima di 20°. Nella circolazione forzata, invece, la circolazione del fluido avviene con l’utilizzo di pompe azionate con energia elettrica. I vantaggi sono molteplici: innanzitutto, il rendimento è superiore, consentendo quindi un maggior risparmio. Inoltre, è una soluzione che supera i limiti di pendenza minima presenti negli impianti con circolazione naturale, con in più una maggiore possibilità di integrazione. Per saperne di più, leggete qua.

Dimensionamento dell’impianto solare termico

Il secondo quesito riguarda il dimensionamento dell’impianto solare termico: infatti, l’impianto non è venduto in un formato standard, ma bensì in una dimensione definita a cura del progettista o dell’installatore.

Occorre innanzitutto sapere che le due variabili principali per la scelta della dimensione sono l’irraggiamento: la quantità di radiazione solare nell’area in cui verrà installato l’impianto e la necessità di acqua calda sanitaria.

Rispetto all’acqua, il fabbisogno può essere stimato secondo diverse variabili, che comprendono numero di persone, presenza a casa, quantità di lavatrici settimanali e bagni, etc. Di solito, questo calcolo è semplificato con una stima: vengono considerati 40-60 litri al giorno a persona.

Un impianto, però, non viene mai dimensionato per coprire gli interi bisogni di acqua calda: solitamente è progettato in modo da coprire per il 100% dei consumi dei mesi estivi e il 60-70% del fabbisogno annuo. La motivazione risiede nella convenienza economica: a fronte di un aumento dei costi elevato, avremmo una produzione di acqua in eccesso nei mesi estivi e in inverno un risparmio non abbastanza consistente da ammortizzare la maggiore spesa.

Per arrivare a soddisfare queste necessità, normalmente si considera che serviranno 1,2 metri quadrati di pannello solare per ogni persona per l’Italia Settentrionale, 1 metro quadrato per ogni persona per l’Italia Centrale e 0,8 metri quadrati per ogni persona per l’Italia del Sud. Naturalmente questo numero può variare in funzione della località, dell’irraggiamento e del fabbisogno stimato.

Immagine: Global horizontal irradiation yearly total (Source: European Commission: Joint Research Centre Institute for Environment and Sustainability)

 

 

E’ arrivato il Conto Termico 2.0: ecco le 10 novità

marzo 7, 2016
Efficienza energetica

E’ stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale n.51 del 2 marzo 2016, il DM 16/2/2016 del ministero dello Sviluppo economico contenente l’atteso Conto Termico 2.0, dal titolo “Aggiornamento del sistema di incentivazione della produzione di energia termica da fonti rinnovabili ed interventi di efficienza energetica di piccole dimensioni”, che va a sostituire la prima versione del Conto Termico, contenuta nel DM 28 dicembre 2012. Il decreto aggiorna la disciplina per l’incentivazione di interventi di piccole dimensioni per l’incremento dell’efficienza energetica e per la produzione di energia termica da fonti rinnovabili, “secondo principi di semplificazione, efficacia, diversificazione e innovazione tecnologica nonché di coerenza con gli obiettivi di riqualificazione energetica degli edifici della pubblica amministrazione” (art. 1 del Decreto).

Diverse le novità, sia per quanto riguarda gli interventi che possono accedere all’incentivo, che per le pratiche.

  1. E’ previsto un catalogo di prodotti prequalificati per l’efficienza energetica: il GSE, entro 90 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, al fine di facilitare la conoscenza dei consumatori sui prodotti ad alta efficienza presenti sul mercato e rispondenti ai requisiti tecnici richiesti per l’accesso agli incentivi, pubblica sul proprio sito e aggiorna semestralmente il Catalogo degli apparecchi idonei finalizzati per installazioni ad uso domestico “nel rispetto dei principi di non discriminazione, parità di trattamento e tutela del libero mercato dei prodotti”. I produttori di apparecchi e tecnologie possono presentare al GSE richiesta di iscrizione dei propri prodotti al Catalogo: accedono al Catalogo solo gli apparecchi per i quali sia verificata positivamente, sulla base della documentazione fornita dal produttore, la rispondenza ai requisiti tecnici di cui agli Allegati al presente decreto. Resta fermo il valore esemplificativo e non esaustivo del Catalogo con riguardo ai prodotti in possesso dei requisiti tecnici richiesti.
  2. Per gli importi inferiori a 5.000 Euro, l’incentivo previsto è corrisposto in un’unica soluzione, anche per i privati. Nel caso l’ammontare sia superiore ai 5.000 euro, l’incentivo è erogato in rate annuali costanti, per la durata definita (due o cinque anni, come stabilito nella Tabella A dell’art. 7).
  3. È stato aumentato il livello degli incentivi: nella maggior parte dei casi corrisponde al 40% dell’investimento, fino al 50% nel caso in cui gli interventi riguardino l’isolamento termico nelle zone climatiche E/F; se l’isolamento è accompagnato dall’installazione di un nuovo impianti di climatizzazione invernale sale al 55% per entrambi gli interventi. Per le ristrutturazioni degli edifici della Pubblica Amministrazione che vadano nella direzione di realizzare misure per edifici a energia quasi zero, l’incentivo può raggiungere il 65%. In nessun caso l’incentivo totale da erogare non può superare il 65% della spesa sostenuta.
  4. Incentivi sono concessi anche per le spese per le diagnosi energetiche e per la redazione dell’Attestato di prestazione energetica (APE), richiesti per la trasformazione in edificio a energia quasi zero e l’isolamento termico delle superfici opache: al 100% per le Pubbliche Amministrazioni e al 50% per i privati.
  5. Sono state ampliate le modalità di pagamento: mentre con la prima versione del conto energia erano accettate solo le spese saldate con bonifico, bancario o postale, dall’entrata in vigore del Conto Termico 2.0 saranno accettati anche i pagamenti online e tramite carta di credito.
  6. E’ stata dimezzata la tempistica di pagamento, da 180 a 90 giorni dalla data di attivazione del contratto.
  7. Per le Pubbliche Amministrazioni sono stati introdotti tre nuove tipologie di intervento: la trasformazione in “edifici a energia quasi zero”, la sostituzione dei sistemi per l’illuminazione con dispositivi efficienti, l’installazione di tecnologie di gestione e controllo automatico degli impianti termici ed elettrici degli edifici (building automation), di sistemi di termoregolazione e contabilizzazione del calore.
  8. Per le Pubbliche Amministrazioni è prevista la possibilità di ottenere dal GSE l’erogazione di una rata di acconto (entro 60 giorni dalla ricezione della comunicazione di avvio dei lavori). Per interventi, di cui alla Tabella A, la rata di acconto è pari ai due quinti del beneficio complessivamente riconosciuto, se la durata dell’incentivo è di cinque anni, oppure al 50%, nel caso in cui la durata sia di due anni. Nel caso in cui le amministrazioni pubbliche si avvalgono di una ESCO per l’accesso agli incentivi, a garanzia dell’erogazione degli acconti, è richiesta una formale obbligazione solidale tra la parti.
  9. Tra gli interventi finanziabili, è confermata l’installazione di impianti solari termici per la produzione di acqua calda sanitaria e/o ad integrazione dell’impianto di climatizzazione invernale: in questo caso, l’incentivo è calcolato al metro quadrato installato, con coefficienti diversi rispetto alla taglia del sistema, misurata in m2 di superficie lorda.
  10. L’impegno di spesa totale è di 900 milioni all’anno: 200 milioni per la Pubblica Amministrazione e 700 milioni per i privati all’anno.

Il decreto entrerà in vigore a 90 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta, avvenuta il 2 marzo.

Vuoi saperne di più sull’accesso al Conto Termico 2.0? Contattaci!

L’Ecobonus per il recupero edilizio e la riqualificazione energetica conviene a tutti!

febbraio 17, 2016

ristrutturazione edilizia ecobonus

I dati ufficiali sono del Centro Studi della Camera dei deputati

Il recupero e la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio convengono all’Italia. L’Ecobonus è stato prorogato per il 2016, ma in molti ritengono tale misura debba essere stabilizzata rendendola quindi permanente.

Le ragioni di tale proposta? Basta leggere i dati del rapporto “il recupero e la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio” realizzato dal Servizio Studi della Camera dei Deputati con il suo Servizio Studi – Dipartimento Ambiente e l’istituto CRESME (Centro ricerche economiche sociali di mercato per l’edilizia e il territorio).

Il testo ha preso in esame le misure di detrazione e gli ecobonus dal 1998 ai primi otto mesi del 2015: dalle stime elaborate emerge che, in tale arco temporale, gli incentivi fiscali per il recupero edilizio e per la riqualificazione energetica hanno interessato ben oltre 12,5 milioni di interventi. Questo numero, già di per se stesso elevato, assume una prospettiva di maggiore impatto se paragonato ai dati Istat secondo i quali le famiglie in Italia sono 24,6 milioni e le abitazioni sono 31,2 milioni. Il dato, si sottolinea nel rapporto, rimarrebbe di forte rilievo anche qualora gli stessi interventi avessero riguardato la medesima unità abitativa.

Nei 18 anni considerati, le misure di incentivazione fiscale hanno attivato investimenti pari a 207 miliardi di euro (una media di 11 miliardi di euro all’anno a valori correnti), di cui 178 miliardi hanno riguardato il recupero edilizio e poco meno di 30 miliardi la riqualificazione energetica. In particolare il massimo livello degli investimenti si è registrato nel 2013 e nel 2014. Se si considera il consuntivo per il 2014 esso riporta un volume di investimenti pari a 28,5 miliardi di euro, di cui 24,5 miliardi di euro sono relativi al recupero e 3,9 alla riqualificazione energetica.

Per quanto riguarda il 2015, i dati ricavati sulla base dell’andamento dei primi otto mesi, pur registrando una flessione, hanno confermando un livello decisamente superiore rispetto alla media degli anni precedenti.

Sul fronte occupazionale tutto ciò si è tradotto in una crescita dei posti di lavoro (green): il settore, nel periodo 2008-2015, ha occupato oltre 2 milioni di lavoratori, con una media di 111.000 occupati diretti all’anno. Solo nel 2014 le stime hanno registrato 424.800 occupati comprensivi anche dell’indotto e ciò nonostante la fase di crisi che ha colpito pesantemente il settore dell’edilizia.

Misure che si sono trasformate anche in una fondamentale leva economica.

A conti fatti, il saldo per lo stato è in positivo – per un valore pari a circa +10,5 miliardi di Euro – tenendo conto dell’incremento del gettito (positivo), i flussi derivanti dalle detrazioni (negativi), le maggiori entrate derivanti dalla Matrice di contabilità Sociale (positive) e il minor gettito fiscale sui consumi energetici (negativo).

Senza dimenticare poi che, nella stima dell’impatto delle detrazioni, dovrebbero essere considerati due aspetti importanti, che allo stato appare complesso quantificare: si tratta, da un lato, degli effetti in termini di emersione dei redditi e dell’occupazione “irregolare” e, dall’altro, della riduzione dei consumi energetici e conseguentemente delle emissioni di Co2. Un aspetto fondamentale che rientra nelle politiche di lotta ai cambiamenti climatici.

Per leggere l’intero documento cliccate qui.

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Efficienza energetica: quale il contributo all’adempimento dell’Accordo di Parigi?

febbraio 10, 2016
Efficienza-energetica

Nell’Accordo non c’è alcun riferimento riguardo alle azioni di efficienza energetica. A colmare questo vuoto ci ha pensato la IEA.

Articolo di Veronica Caciagli

Nell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, approvato nella Conferenza delle Nazioni Unite del dicembre scorso, gli Stati si sono impegnati a ridurre le emissioni di gas serra a un livello tale da mantenere l’incremento della temperatura media globale “ben sotto” i 2° gradi, con sforzi aggiuntivi per arrivare a 1,5° gradi centigradi. Non solo: le emissioni mondiali dovranno raggiungere il picco prima possibile, per poi decrescere velocemente, fino ad arrivare a emissioni nette zero entro la seconda metà di questo secolo. Sebbene siano fissati gli obiettivi, però, nell’Accordo non si parla di soluzioni, ovvero alle modalità per realizzare la decarbonizzazione dell’economia, che sono lasciate a discrezione delle singole politiche nazionali. In particolare, nell’Accordo non c’è alcun riferimento riguardo a una delle azioni chiave per centrare i target: l’efficienza energetica.

A colmare questo vuoto ci ha pensato la IEA, l’International Energy Agency, che, proprio per l’appuntamento parigino, ha pubblicato un report speciale, “Energy and Climate Change”. “Stiamo affrontando un momento storico pieno di opportunità, ma anche di grandi rischi […]– affermato Maria van der Hoeven, Executive Director della IEA, nell’introduzione del report. – Come le nostre analisi hanno ripetutamente dimostrato, il costo e la difficoltà per la riduzione delle emissioni di gas serra diminuiscono ogni anno, per cui il tempismo è essenziale. Ed è chiaro che il settore energetico giochi un ruolo cruciale per il successo delle azioni”.

Nell’Accordo di Parigi è previsto che le Parti attuino una prima serie di impegni, presentati dagli Stati stessi, che, collettivamente, ci pongono verso uno scenario di aumento della temperatura media globale di +2,7° gradi centigradi: è sicuramente un altro mondo rispetto agli scenari ipotizzati negli anni precedenti e in assenza di misure correttive, quando l’ipotesi era di aumenti fino ad oltre +4° e quindi di scenari catastrofici. Ma non è ancora abbastanza per scongiurare conseguenze gravi per il sistema climatico e quindi per l’umanità: perciò gli Stati dovranno successivamente aumentare i propri impegni, ogni 5 anni, fino a portarli a raggiungere l’obiettivo.

Il rischio, però, è che non si faccia in tempo: viaggiamo già in ritardo, e se le misure di riduzione delle emissioni non saranno abbastanza veloci, rischiamo di perdere la possibilità di rimanere sotto i 2° gradi.

In realtà, recentemente si sono avuti diversi segnali positivi: l’uso di fonti energetiche pulite si sta espandendo, mentre ci sono segnali di un disaccoppiamento tra crescita dell’economia globale ed emissioni collegate all’energia. L’economia globale, infatti, è cresciuta del 3% nel 2014, mentre le emissioni di CO2 sono rimaste stabili, per la prima volta da 40 anni. Le energie rinnovabili hanno rappresentato circa la metà della potenza energetica installata nel 2014, mentre i costi di produzione continuano a scendere. Inoltre, l’intensità energetica è diminuita del 2,3% nel 2014, più del doppio del tasso medio del decennio precedente, grazie soprattutto all’efficienza energetica.

Anche se le emissioni stanno rallentando, però, nello scenario che include gli impegni attuali degli Stati (‘scenario INDC’) seppur il collegamento tra PIL e CO2 sia indebolito, non è ancora tagliato: perciò la previsione al 2030 è una crescita dell’economia dell’88% e delle emissioni dell’8%. Infatti, questo scenario prevede che le rinnovabili diventino la principale fonte energetica di elettricità, ma la lentezza nel dismettere le centrali a carbone porterebbe a inficiare il risultato finale.

Sarebbero quindi necessarie ulteriori azioni per riuscire a raggiungere il picco delle emissioni entro il 2020: la IEA riassume le misure addizionali suggerite in un ‘bridging scenario’, uno scenario ponte che possa condurci a conservare buone probabilità di rimanere sotto i +2° gradi utilizzando tecnologie già esistenti. Si basa su cinque tipi di azioni:

– Aumento dell’efficienza energetica nell’industria, in edilizia e nei trasporti

– Chiusura progressiva delle centrali a carbone meno efficienti, e moratoria sulla costruzione di nuove centrali

– Aumento degli investimenti in energia rinnovabile dai 270 miliardi di dollari nel 2014 a 400 miliardi di dollari nel 2030

– Eliminazione dei sussidi alle fonti fossili entro il 2030

– Riduzione delle emissioni di metano nella produzione di petrolio e gas.

L’implementazione delle cinque azioni non garantirebbe, da sola, di raggiungere l’obiettivo di rimanere sotto i 2°, in quanto sarebbero comunque necessari gli aumenti degli impegni previsti nell’Accordo di Parigi; ma permetterebbero di raggiungere il picco delle emissioni velocemente, entro il 2020, semplificando e diminuendo il costo delle azioni future.

Non a caso la prima misura proposta dalla IEA riguarda l’efficienza energetica: la fetta più grande di riduzione delle emissioni di gas serra proviene proprio dall’efficienza energetica, con cui sarebbe possibile realizzare il 49% del taglio di emissioni auspicato per il 2030. Come realizzarlo? Con maggiori investimenti: se nello scenario INDC, ovvero con l’implementazione degli impegni previsti nell’Accordo di Parigi, nei prossimi 15 anni gli investimenti in efficienza energetica ammonteranno a circa 8 mila miliardi, di cui circa un terzo destinato al settore edilizia. Per collocarci verso il picco delle emissioni entro il 2020, sono necessari ulteriori 3 mila miliardi di investimenti in efficienza energetica.

Come avverte il report della IEA, “la sottomissione degli obiettivi nazionali alla COP21 non è la fine del processo, ma costituisce la base per creare un ‘circolo virtuoso’ di ambizioni crescenti”. Ambizioni che comprendono come elemento cruciale l’efficienza energetica.

 

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Scuole: sempre più solare termico sui tetti

dicembre 22, 2015

rapporto ecosistema scuola

Legambiente fotografa lo stato di salute degli edifici scolastici. Ecco l’approfondimento di Italtherm sulle rinnovabili, fotovoltaico e solare termico in primis

Qual è lo stato di salute ed efficienza degli edifici scolastici? A dare i voti alle scuole, per questa volta, è il report Ecosistema scuola di Legambiente, giunto alla sedicesima edizione.

I dati presi a parametro sono quelli relativi alle informazioni generali sugli edifici, le certificazioni, la manutenzione, i servizi messi a disposizione delle istituzioni scolastiche, l’avvio di pratiche ecocompatibili, l’esposizione a fonti di inquinamento ambientale interne ed esterne agli edifici scolastici e i monitoraggi ambientali.

Abbiamo estrapolato ed analizzato i dati relativi alla bioedilizia e le rinnovabili.

Quale la situazione sul fronte della bioedilizia e dell’uso energie da fonti rinnovabili ed in particolar modo del solare termico?

Per quanto riguarda la percentuale degli edifici costruiti secondo criteri della bioedilizia i valori espressi nel report, pur se in trend positivo, sono pressoché risibili: si passa dallo 0,4% del 2010 allo 0,6% del 2014.

Segnali di ottimismo giungono invece dal fronte delle energie rinnovabili: le scuole che ne fanno uso passano dall’11,6% del 2010 al 14,3% del 2014.

Nel dettaglio, gli impianti maggiormente utilizzati sono i pannelli fotovoltaici (71%) seguiti dai solari termici (23,4%). Cresce inoltre la percentuale di edifici che utilizzano mix di fonti rinnovabili (12,1%) così come in crescita costante, in questi ultimi tre anni, è la copertura dei consumi da fonti rinnovabili, con il 44,5% (i dati del 2012 registrava un 35,6%).

Le regioni “regine” nell’utilizzo di fonti alternative per gli edifici scolastici sono l’Abruzzo (40%) e la e Puglia (53,9%). Fanalino di coda invece Lombardia (solo il 2,8%) e Molise (0%).

Le regioni dove maggiormente si utilizzano impianti solari termici? Abruzzo, Marche, Sicilia e Toscana; dal Lazio alla Calabria passando per Friuli e Sardegna le scuole usano il solare fotovoltaico. Impianti a geotermia o pompe di calore sono presenti negli edifici di Friuli, Emilia Romagna, Lombardia, Liguria, Puglia, Sicilia e Veneto. Gli impianti a biomassa per le scuole trovano maggior applicazione in Emilia Romagna, Umbria e Piemonte.

Per maggiori informazioni sull’impianto solare termico più adatto alla tua abitazione o edifico, contatta Italtherm

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